La “mela d'Oriente” che illumina l'autunno

Originario dell'Asia orientale, è stato importato in Europa nell'Ottocento, trovando i suoi ambienti ideali soprattutto in Campania e in Emilia. Al di là del suo gusto impagabile, vanta proprietà nutritive di assoluto rilievo

 

Insieme alle castagne e all’uva i cachi, altrimenti detti kaki, rappresentano una prelibatezza della tavola d’autunno. Dolci e nutrienti aiutano l’organismo nel cambio di stagione, corroborandolo e depurandolo.  Quanti all'albero da cui provengono, piuttosto bello e altamente decorativo (come dimostra la sua presenza in tanti giardini), appartiene alla famiglia delle Erbenacee e al genere dei Diospyros.

Originario dell'Asia orientale, è una delle più antiche piante da frutta coltivate dall'uomo, conosciuta per il suo uso in Cina da più di 2000 anni. La sua prima descrizione botanica pubblicata risale al 1780. Il nome scientifico proviene dall'unione delle parole greche Diòs e prospiros (grano), e sta a significare letteralmente “grano di Zeus”. Originario della zona centro-meridionale della Cina, ma comunque mai al di sotto dei 20° di latitudine Nord, e nelle zone più meridionali, spesso in aree collinari o montane più fredde. 

 

Diffuso in Europa

dall'Ottocento

Detto anche “mela d'Oriente”, il cachi fu definito dai cinesi l'albero delle sette virtù: vive a lungo, dà grande ombra, offre agli uccelli la possibilità di nidificare fra i suoi rami, non è attaccato da parassiti, le sue foglie giallo-rosse in autunno sono decorative fino ai geli, il legno dà un bel fuoco, la caduta dell'abbondante fogliame fornisce inoltre ricche sostanze concimanti. Dalla Cina si è esteso nei paesi limitrofi, come la Corea e il Giappone. Intorno alla metà dell'Ottocento fu diffuso in America e Europa.

I primi impianti specializzati in Italia sorsero nel Salernitano, in particolare nell'Agro Nocerino a partire dal 1916, estendendosi poi in Emilia. La sua produzione nazionale si è stabilizzata intorno alle 65.000 tonnellate: la coltura è sporadicamente diffusa su tutto il territorio, ma è importante solo in Campania ed Emilia, con produzioni rispettive di 35.000 tonnellate e 22.000 tonnellate. In Sicilia è più diffuso il cachi di Misilmeri. Da menzionare il fatto che il cachi si sia conquistato l'appellativo di “albero della pace”, perché alcuni esemplari sopravvissero al bombardamento atomico di Nagasaki nell'agosto 1945. 

 

Una pianta a crescita

lenta ma molto longeva

I cachi sono alberi molto longevi e possono diventare pluricentenari, ma con crescita lenta. sopportano male i climi caldo-umidi, soprattutto se con suolo mal drenato. Possono raggiungere l'altezza di 15-18 metri, ma di norma vengono mantenuti con potature a più modeste dimensioni. Le foglie sono grandi, ovali allargate, glabre e lucenti. Nelle forme allevate per il frutto si riscontrano solo fiori femminili e i frutti sono costituiti da una grossa bacca generalmente sferoidale, talora appiattita e appuntita di colore giallo-aranciato e normalmente sono eduli (cioè commestibili) solo dopo che hanno raggiunto la sovramaturazione e vengono definiti ammezziti (con polpa molle e bruna). Esistono anche cachi che producono frutti partenocarpici, non astringenti e quindi già pronti per il consumo fresco al momento della raccolta allo stato apparente di frutti immaturi (duri).

Il cachi è ritenuto un albero subtropicale, ma pur essendo una pianta idonea al clima mediterraneo, ma con la scelta di opportuni portinnesti riesce a sopportare nella pianura padana e nel Trentino temperature di circa -10/-15 °C. Si adatta insomma bene a qualsiasi tipo di terreno, compresi quelli argillosi, purché ben drenati, profondi e di scarso contenuto in sodio e boro; quindi non ama terreni e atmosfere saline.

Per le sue caratteristiche il cachi viene perfettamente coltivato nel territorio siciliano e specialmente nelle località della Conca d'Oro limitrofe alla cittadina di Misilmeri e nella stessa area metropolitana di Palermo, nella quale ogni anno vengono organizzate sagre e manifestazioni nei mesi autunnali.

Solo nei frutti inpollinati si hanno i semi nel frutto. La propagazione per seme ha il fine di ottenere dei semenzali da utilizzare come portinnesti, mentre per la propagazione delle cultivar si ricorre all'innesto. I semi estratti dai frutti possono essere conservati in sabbia o in apposite celle con temperatura e umidità controllate, per essere posti in semenzaio, e le piantine ottenute sono trapiantate dopo un anno in vivaio, dove vengono innestate nella seguente annata vegetativa. Gli innesti a gemma mostrano scarso attecchimento e allora si opera con le marze (spacco diametrale, corona).

 

Le varietà diffuse

nel nostro territorio

Le varietà si distinguono, oltre che per le caratteristiche vegetative (vigoria, produttività, forma dei frutti), anche per il loro comportamento a seguito della impollinazione. La classificazione pomologica dei frutti di diospiro è determinata dagli effetti dell'impollinazione sulle caratteristiche organolettiche dei frutti al momento della raccolta e, su tale base, le cultivar possono essere suddivise in due gruppi principali:

           costanti alla fecondazione (CF): frutti che mantengono la stessa colorazione della polpa (costantemente chiara) sia nei frutti fecondati sia in quelli partenocarpici.

           variabili alla fecondazione (VF): frutti che modificano le caratteristiche della polpa che risulta chiara e astringente nei frutti partenocarpici, mentre diviene più o meno scura e non astringente in quelli fecondati.  Le varietà più diffuse in Italia sono: Loto di Romagna, Vaniglia della Campania, Fuyu, Kawabata, Suruga e cioccolatino.

 

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